Ogni giorno mi prendono in giro perché tengo alla mia cultura; io non li ascolto e penso a diventare una donna, mentre loro probabilmente non saranno mai adulti.
Ed è in certi sguardi che si nasconde l'infinito...
Dai un'ultima occhiata prima di scendere dall'autobus. I tuoi occhi mi colpiscono un istante, ti faccio un cenno della testa a mò di saluto, forse non lo noti e non ricambi. Scendi.
Io lo so che prima o poi mi innamorerò di te, forse ti amo già, ma non voglio. Voglio godermi questa nostra dolce amicizia, fatta di sorrisi e di curiosità pacate. Posso dedicarti solo dieci minuti, venti massimo della mia giornata, eppure lo faccio con una gioia immensa. La tua bellezza sta nella tua semplicità, come nella tua lontananza. Sei riservato. Molto. Non superi mai una determinata linea di contatto col resto del mondo e questo può far male a chi adora i gesti affettuosi, come me. Ma tu mi capisci. Mi capisci perché una volta mi hai abbracciata, e ti sei fatto abbracciare. Per abbracciarti bisogna chiederti il permesso. Io te l'ho chiesto ed ho aspettato. Poi m'hai presa alla sprovvista. Ho amato ciò che mi hai donato, perché mi son sentita unica. Magari avrai abbracciato tua sorella, tua madre, tuo padre in passato; così come hai abbracciato me però non saprò mai se hai abbracciato qualcun altro. Noi donne siamo delicate, abbiamo bisogno di tenerezza. Io mi ci perdo nei tuoi occhi grigiazzurri. Ne ho visti tanti nella mia vita, di occhi, ma i tuoi sono il mio mistero più grande. Come psicologa, potrei anche affermare che saresti il mio cliente più complicato. La tua riservatezza è come una gabbia che tutti da fuori vedono d'intralcio, ma che tu adori e decori con i tuoi comportamenti.
Son tua confidente. Non l'avrei mai detto l'anno scorso. A me le cose, a volte, le dici. E questo mi basta. Forse non mi basterà per sempre, ma adesso va bene, e questo tuo modo di essere lo prendo come un gesto d'amore. Un amore diverso, unico, amichevole, fraterno. Non so se sarà mai di più. Ma mi basta.
Now I will tell you what I've done for you - 50 thousand tears I've cried. Screaming, deceiving and bleeding for you - And you still won't hear me.
Nell'Ottobre scorso sono dovuta rimanere per tre ore ad una festa in un piccolo locale sopra l'appartamento del mio ex migliore amico insieme a Lui. Non ho mai desiderato più ardentemente di uscire da una stanza.
A volte mi sembra che il fato si ostini ad ucciderci mantenendoci in vita.
Dentro mi disperavo, non respiravo la sua stessa aria per paura di contaminarla, le mie funzioni vitali stavano collassando.
È come esser nel nero oceano di notte e non saper nuotare né urlare né esprimere il proprio terrore: ogni tanto riesci a prendere una boccata d'aria, ma poi finisci per riaffondare.
Sono uscita tre volte in terrazza per ricacciare le lacrime dentro la mia anima.
Sono cinque anni che vengo sbattuta contro inferriate, mura e cuori in questa bufera di sentimenti.
Hanno messo quella canzone. Quella canzone che mi uccide, quella che mi ricorda quanto io ami le sue bugie.
Le persone provano "pena" nei miei confronti. Se c'è una cosa che non sopporto sono i "Mi dispiace". Ma smettila di fare l'ipocrita!
Mi guardava. Lo sapevo che mi guardava, di sbieco ma mi guardava. Ma cosa vuoi? Perché devi uccidermi così?
Quando lo vedo inizio a tremare. Rimango terrorizzata, sconvolta dalla sua persona. La sua persona a cento metri, a un chilometro, a un millimetro. È splendidamente orrendo, sì, lui. Quelle labbra che morderei a sangue e bacerei per ore. Quelle guance da carezzare e riempire di schiaffi. Sì, lui. Tremo così tanto da poter cadere se non mi tengo. Lo vedo spesso. Non lo vedo mai.
La prima volta era per gioco, per noia, per sentirmi grande. Ma grande che? Sotto la scrivania, fingevo, provavo, cercavo di fare cose che non dovevo, ma non sapevo come farle. Poi la vita mi ha insegnato, Wikipedia mi ha insegnato, le mani mi hanno insegnato.
Non è normale per una ragazza.
Ciò che vivevo era uno sfogo, come quelle macchie rosse che avevo da bambina, in reazione alla medicina brutta. Ma sfogo di che? Attribuire tutto questo all'amore non ricambiato, alla depressione, al tentato suicidio. Questo m'è rimasto. Ma m'è rimasto anche il dubbio, la certezza, la voglia di urlare al mondo che è stata anche - e soprattutto - colpa mia. Ero cosciente? Ero bambina. Desideravo labbra, baci, corpi caldi accanto a me ed ora che ne ho non so amarli. So amare solo Lui, Lui che m'ha condotto in questo giro infernale, in questi desideri mai veramente colmati. Sono vergine solo di corpo.
L'ho cacciato via dalla mia vita senza un vero motivo.
Gli ho detto di andarsene e trattarmi come se non ci conoscessimo. Il motivo c'era, a dire il vero. Non gliel'ho detto. Mi vergognavo del mio amore. Ma vergogna di che? Gli ho detto di non aggiungermi più su Facebook, e poi l'ho riaggiunto io. E non l'ho contattato. Gli metto Mi piace ai link, agli stati, al suo amore ormai non più corrisposto. Sono una stronza. Lo amo.
La mia mano preferita è la sinistra.
È lei che mi accompagna, lei che mi chiude gli occhi con la libidine, è lei che vien spesso definita del Diavolo. Ma il Diavolo di che? Ho paura della mia mano destra. Lei sa fare più cose, sa scrivere e disegnare, sa carezzare una guancia ed amare un uomo; è però invidiosa della sinistra, che sa amarmi meglio di lei. La mano sinistra si limita ad assecondare il mio desiderio di diventare ambidestra, con il suo tratto tremolante e forte.