Ottomilacinquecentotrentasette volte, per ora, mi son sentita dire "Perché non scrivi?". Bene, eccomi qua.
Mi hanno detto che quando non sai che scrivere devi provare a scrivere dei tuoi problemi. Il mio problema è che non riesco a scrivere. Avete presente quel desiderio così prorompente di buttare sulla carta le tue idee che ti assale all'improvviso e ti obbliga a cercare qualcosa, qualcuno al quale trasmettere ciò che hai bisogno di esprimere? Ecco. Non so da quanto tempo non mi succede. Oddio, ogni tanto quando son triste o arrabbiata scrivo... Due righe. Il mio massimo è questo. Cosa posso fare?
Nulla.
So che in molti consigliano di scrivere lo stesso se si ha un'idea, anche se non si prova quell'irrefrenabile desiderio ma... Diventa quasi noioso, sapete? È terribile. Un po' come quando so che dovrei leggere perché mi fa bene ed ho iniziato almeno cinque libri, ma non ne ho assolutamente voglia e farlo diventa uno sforzo enorme, ed è quasi un dolore fisico quello che provi nel pensare che ciò che stai sentendo dentro di te non lo dovresti sentire. In mille mi ripetono che sono brava, che dovrei scrivere. Sì, sono brava. Questo è il problema. I miei genitori dicono che sono poliedrica. Ma essere poliedrica vuol dire essere brava in tutto, BRAVA. E se io, dentro di me, volessi eccellere in una sola cosa? Mi sputereste in faccia, o voi che non riuscite a dedicarvi ad altro che al vostro mestiere? Probabile. Ma io sono fatta così, cazzo. E questo mi fa sentire in colpa quasi nei confronti di chi crede in me... Chi scommetterebbe su di me. Sapete, il mio sogno più grande non è solo quello di essere una neuropsichiatra infantile. Magari fosse solo quello! La vita non è tanto facile. Io vorrei diventare qualcuno di grande, di importante. Vorrei stare su un palcoscenico e saper cantare in modo perfetto, e non così così. Vorrei stare su quel palcoscenico e recitare senza aver paura di sbagliare, senza impappinarmi, senza tremare per l'emozione, per la paura, la timidezza. Capite? Ma io non sono nessuno, quantomeno non lo sono per tutti, lo sono solo per pochi. E se adesso mi sazia il giudizio delle persone più importanti della mia vita, un giorno - con tutto il mio desiderio di esser importante - come finirà? Impazzirò più di adesso? O mi arrenderò a una mediocre vita? Non so più se voglio solo questo.
Ma non sogno un palcoscenico, forse. Forse sogno di scrivere lunghe storie, di quelle contemporanee sempre più complicate. Romanzi psicologici, magari, non so. Oppure un giallo? Quelli sì che ti fanno innamorare. Ma anche i fantasy sarebbero meravigliosi... Vedete? Eppure ho sempre un'idea che mi rimbomba nella mente: Ogni giorno che passa sembra che tutto diventi sempre più palese, che ogni idea sia sempre più banale, più sentita, più commerciale. Ciò che scrivo non è che il riflesso di un passato non solo mio, ma di mille altri come me. Ed io non diventerò mai una scrittrice, così.
Boom.
Cosa sono io? Sono il riflesso dei miei pensieri, dei miei sogni? O sono io, quella ragazzina appena quindicenne che non sa amare ciò che ha, ed ha desideri più grandi di lei? Quella bambina-nessuno? Quella cacciata da tutti, amata da pochi - molto pochi... Non so. Ed ho paura pure del giudizio degli amici, quello esterno e quello interno. È forse questa, la mia follia?
Ogni giorno mi prendono in giro perché tengo alla mia cultura; io non li ascolto e penso a diventare una donna, mentre loro probabilmente non saranno mai adulti.
sabato 2 giugno 2012
martedì 17 aprile 2012
Ogni tua parola è un fulmine a ciel sereno.
In questi giorni di pioggia primaverile, riflettere su tutto quest'amore che ho dentro è stato fin troppo facile. Tra amici in preda a crisi di panico da ex-fidanzate (ma tutt'ora amori) che tornano e non tornano, sclero post-pagellini e problemi esistenziali con l'approccio-classe... Arg! Un minuto per me l'ho avuto, sì, ed è stato carico di tensione e lacrime.
La pioggia scorre, l'acqua limpida ora infanga le strade ed io son senza ombrello, o perlomeno lo sono nei miei pensieri. Poi se son senza ombrello per strada è un bel guaio, perché non ci tengo ad ammalarmi quando non posso assolutamente essere più rincoglionita di così: l'amore già fa la sua parte.
Ma dicevamo, io son senza ombrello. Lo son dentro di me. Sono un piccolo pulcino spennacchiato riempito di parole difficili e dure, indigesto perché lui stesso non riesce a digerire. Come si fa a digerire la verità? Così complicato... La mia Verità, adesso, è una realtà di immaturità, irascibilità. Generalizziamo, adolescenza. E tanto vale che ci si aggiunga in questa generalizzazione un pizzico di affetto verso gli occhi grigiazzurri. Così, perché c'entran sempre, perché c'entran sempre con il cielo che ama piangere insieme a me. Anche se io, quando diluvia, rido come una folle. Ma adesso ho il ciclo e cazzo, cercate di capirmi.
E così affondo, affondo e rinasco. Rinasco con timori, paure, ma rinasco. Ricomincia la vita così come la settimana, ed è un sorriso, sì, è un sorriso sotto le lacrime di Dio. E se Dio esiste, di certo è triste. Ma io, io non posso fare a meno di vivere.
Fulmini e tuoni, da soli sotto le urla del cielo, niente abbracci baci o mani intrecciate, siamo qui uccisi dalle nostre parole che volano via col vento di burrasca, non è scirocco qui, non oggi. Due ombrelli diversi, due mondi diversi. Siam così a un metro e così lontani che questo fulmine che mi spacca il cuore tu ancora non l'hai visto, tu questo tuono che rimbomba nel mio petto non lo senti, forse non lo sentirai mai. Poi basta allontanarci ancora di più, e ti sento vicino più di quando siamo a pochi centimetri di distanza; quest'emozione assurda, oh, che provo per te. Si chiama amore? Non so più dare un nome alle cose. Carmen Consoli dice "Son certa che un giorno chiameremo tutto questo col nome giusto e ritrovata serenità", e io spero con lei.
E poi il silenzio, sì, dopo la tempesta. Una mattinata di trappole per i piedi, ma tanto sole ora che le nuvole son più diradate. Una mattinata intensa, per tutto, per tutti e tu che ti avvicini, mi chiedi com'è andata. Oh, adesso che sei qui lo so com'è andata. Ma non posso dirtelo. E io devo sapere com'è andata a te, voglio sapere, bacerei ogni gesto e frase che mi rivolgi di tua spontanea volontà. Le bacerei perché le tue labbra non mi basterebbero, e nemmeno i tuoi occhi calmerebbero la mia sete. E tu... Oh, tu, bellissimo, mi accompagni vicino al tuo mondo e mi parli, confronti il nostro andare, confronti e io ti fisso inquieta, ammaliata, sognante. Sei un fulmine a ciel sereno, sì.
Se la lontananza è come il vento
nel tepore apatico di questa passione
non sorprenderanno più fiamme inattese
sotto la cenere alcun sogno combustibile.
Dal punto più alto di questo monte inquieto
il blu festoso dell'oceano
strappa alle mie labbra un sorriso.
Spero che un giorno smetterai di fare confusione
tra il dolore e il piacere,
la paura ed il bisogno di ferire.
Son certa che un giorno chiameremo tutto questo
col nome giusto
e ritrovata serenità...
La pioggia scorre, l'acqua limpida ora infanga le strade ed io son senza ombrello, o perlomeno lo sono nei miei pensieri. Poi se son senza ombrello per strada è un bel guaio, perché non ci tengo ad ammalarmi quando non posso assolutamente essere più rincoglionita di così: l'amore già fa la sua parte.
Ma dicevamo, io son senza ombrello. Lo son dentro di me. Sono un piccolo pulcino spennacchiato riempito di parole difficili e dure, indigesto perché lui stesso non riesce a digerire. Come si fa a digerire la verità? Così complicato... La mia Verità, adesso, è una realtà di immaturità, irascibilità. Generalizziamo, adolescenza. E tanto vale che ci si aggiunga in questa generalizzazione un pizzico di affetto verso gli occhi grigiazzurri. Così, perché c'entran sempre, perché c'entran sempre con il cielo che ama piangere insieme a me. Anche se io, quando diluvia, rido come una folle. Ma adesso ho il ciclo e cazzo, cercate di capirmi.
E così affondo, affondo e rinasco. Rinasco con timori, paure, ma rinasco. Ricomincia la vita così come la settimana, ed è un sorriso, sì, è un sorriso sotto le lacrime di Dio. E se Dio esiste, di certo è triste. Ma io, io non posso fare a meno di vivere.
Fulmini e tuoni, da soli sotto le urla del cielo, niente abbracci baci o mani intrecciate, siamo qui uccisi dalle nostre parole che volano via col vento di burrasca, non è scirocco qui, non oggi. Due ombrelli diversi, due mondi diversi. Siam così a un metro e così lontani che questo fulmine che mi spacca il cuore tu ancora non l'hai visto, tu questo tuono che rimbomba nel mio petto non lo senti, forse non lo sentirai mai. Poi basta allontanarci ancora di più, e ti sento vicino più di quando siamo a pochi centimetri di distanza; quest'emozione assurda, oh, che provo per te. Si chiama amore? Non so più dare un nome alle cose. Carmen Consoli dice "Son certa che un giorno chiameremo tutto questo col nome giusto e ritrovata serenità", e io spero con lei.
E poi il silenzio, sì, dopo la tempesta. Una mattinata di trappole per i piedi, ma tanto sole ora che le nuvole son più diradate. Una mattinata intensa, per tutto, per tutti e tu che ti avvicini, mi chiedi com'è andata. Oh, adesso che sei qui lo so com'è andata. Ma non posso dirtelo. E io devo sapere com'è andata a te, voglio sapere, bacerei ogni gesto e frase che mi rivolgi di tua spontanea volontà. Le bacerei perché le tue labbra non mi basterebbero, e nemmeno i tuoi occhi calmerebbero la mia sete. E tu... Oh, tu, bellissimo, mi accompagni vicino al tuo mondo e mi parli, confronti il nostro andare, confronti e io ti fisso inquieta, ammaliata, sognante. Sei un fulmine a ciel sereno, sì.
Se la lontananza è come il vento
nel tepore apatico di questa passione
non sorprenderanno più fiamme inattese
sotto la cenere alcun sogno combustibile.
Dal punto più alto di questo monte inquieto
il blu festoso dell'oceano
strappa alle mie labbra un sorriso.
Spero che un giorno smetterai di fare confusione
tra il dolore e il piacere,
la paura ed il bisogno di ferire.
Son certa che un giorno chiameremo tutto questo
col nome giusto
e ritrovata serenità...
mercoledì 14 marzo 2012
FUORI.
Non avreste dovuto saperlo - Sono 53 - Non si dice così - Perché tremi?
FUORI!
Fuori dalla mia mente, ora, subito.
Pensieri ininterrotti. Stringo i denti. La tortura dei miei più piccoli errori. Il collo è teso. Il dolore della cosa più idiota. Le vene pulsano. I sorrisi ironici. Gli occhi bruciano.
FUORI! Fuori ora o mai più, fuori dalla mia vita, dal mio cervello, dal mio cuore, ora!
Non ce la faccio più.
Voglio che tutto questo finisca.
Voglio andar via da questo mondo a me ostile, 'ché se io lo guardo ostile lui mi risponde a specchio, ma se lo guardo bene è come un mostro sotto il letto, e il mio sorriso è ciò di cui si nutre, e ha bisogno di togliermelo ogni volta che è qui.
Io voglio sorridere.
C'è una parte di me che non vuole.
È in maggioranza quella che vuole.
Il dolore sovrasta sempre la gioia.
Il dolore va mantenuto al minimo.
Vorrei essere felice.
Non è ciò che ti ha donato la vita.
Me lo creo con le mie forze.
Fammi conoscere queste forze.
FUORI!
Fuori dalla mia mente, ora, subito.
Pensieri ininterrotti. Stringo i denti. La tortura dei miei più piccoli errori. Il collo è teso. Il dolore della cosa più idiota. Le vene pulsano. I sorrisi ironici. Gli occhi bruciano.
FUORI! Fuori ora o mai più, fuori dalla mia vita, dal mio cervello, dal mio cuore, ora!
Non ce la faccio più.
Voglio che tutto questo finisca.
Voglio andar via da questo mondo a me ostile, 'ché se io lo guardo ostile lui mi risponde a specchio, ma se lo guardo bene è come un mostro sotto il letto, e il mio sorriso è ciò di cui si nutre, e ha bisogno di togliermelo ogni volta che è qui.
Io voglio sorridere.
C'è una parte di me che non vuole.
È in maggioranza quella che vuole.
Il dolore sovrasta sempre la gioia.
Il dolore va mantenuto al minimo.
Vorrei essere felice.
Non è ciò che ti ha donato la vita.
Me lo creo con le mie forze.
Fammi conoscere queste forze.
domenica 11 marzo 2012
Incatenaminquestosogno.
- Qualcosa di buono e forte per me, non ho gusti particolari e per lei...
- Divido il drink con lui.
- Perfetto.
Uno davanti all'altra, accanto a quel bancone, sorrisi imbarazzati e mani ansiose. Cosa aspettavano? Di certo non di essere serviti. La ragazza accennò a dire qualcosa, ma poi con un ampio gesto del braccio tornò alla posizione di prima, scatenando un bianco divertimento sul viso del bell'occhidighiaccio.
- Ecco a voi.
- Grazie.
Beve tutto lui, lei prende la sua mano e ne bacia il palmo, lasciandogli la traccia del rossetto. Poi prende un cubetto di ghiaccio e se lo rigira tra le dita, distratta, incantando quel povero mezzouomo, che non seppe far altro che sgranare gli occhi.
- Andiamo di là?
- Va bene.
Pagò e lasciò la mancia, seguendola di corsa, aprendole la porta che portava all'atrio, dove si persero nel silenzio dopo così tanto tempo di chiasso.
- Finalmente sento qualcosa di pulito.
La guardò stranito, poi capì. Le appoggiò la mano sulla spalla e la guidò verso un divanetto, dove le fece segno di sedersi sulle sue gambe ma lei, ridendo ammaliata, gli si accostò ma per non offenderlo si strinse al suo petto. Non poteva essere ubriaca, non aveva bevuto, e lui nemmeno perché quel drink non bastava. Le toccò una guancia col braccio destro che si era posato attorno a lei e ricominciò a guardarla senza dar cenno di imbarazzo, senza dar motivo o nulla. Non parlava. Ma lei lo amava perché non parlava quanto lei. Aumentò la forza con il quale lo abbracciava, gli soffiò sul collo un bacio. Lui non ce la faceva più, e lo sapeva. Erano lontani da casa. Lui aveva la macchina.
- In macchina hai il condizionatore?
- Sì, anche se non funziona tanto bene... Perché?
- Tu vieni con me.
martedì 28 febbraio 2012
Ma mi basta.
Ed è in certi sguardi che si nasconde l'infinito...
Dai un'ultima occhiata prima di scendere dall'autobus. I tuoi occhi mi colpiscono un istante, ti faccio un cenno della testa a mò di saluto, forse non lo noti e non ricambi. Scendi.
Io lo so che prima o poi mi innamorerò di te, forse ti amo già, ma non voglio. Voglio godermi questa nostra dolce amicizia, fatta di sorrisi e di curiosità pacate. Posso dedicarti solo dieci minuti, venti massimo della mia giornata, eppure lo faccio con una gioia immensa. La tua bellezza sta nella tua semplicità, come nella tua lontananza.
Sei riservato. Molto. Non superi mai una determinata linea di contatto col resto del mondo e questo può far male a chi adora i gesti affettuosi, come me. Ma tu mi capisci. Mi capisci perché una volta mi hai abbracciata, e ti sei fatto abbracciare. Per abbracciarti bisogna chiederti il permesso. Io te l'ho chiesto ed ho aspettato. Poi m'hai presa alla sprovvista. Ho amato ciò che mi hai donato, perché mi son sentita unica.
Magari avrai abbracciato tua sorella, tua madre, tuo padre in passato; così come hai abbracciato me però non saprò mai se hai abbracciato qualcun altro. Noi donne siamo delicate, abbiamo bisogno di tenerezza.
Io mi ci perdo nei tuoi occhi grigiazzurri. Ne ho visti tanti nella mia vita, di occhi, ma i tuoi sono il mio mistero più grande. Come psicologa, potrei anche affermare che saresti il mio cliente più complicato. La tua riservatezza è come una gabbia che tutti da fuori vedono d'intralcio, ma che tu adori e decori con i tuoi comportamenti.
Son tua confidente. Non l'avrei mai detto l'anno scorso. A me le cose, a volte, le dici. E questo mi basta. Forse non mi basterà per sempre, ma adesso va bene, e questo tuo modo di essere lo prendo come un gesto d'amore. Un amore diverso, unico, amichevole, fraterno. Non so se sarà mai di più. Ma mi basta.
mercoledì 22 febbraio 2012
Vita, eh?
Now I will tell you what I've done for you -
50 thousand tears I've cried.
Screaming, deceiving and bleeding for you -
And you still won't hear me.
Nell'Ottobre scorso sono dovuta rimanere per tre ore ad una festa in un piccolo locale sopra l'appartamento del mio ex migliore amico insieme a Lui. Non ho mai desiderato più ardentemente di uscire da una stanza.
A volte mi sembra che il fato si ostini ad ucciderci mantenendoci in vita.
Dentro mi disperavo, non respiravo la sua stessa aria per paura di contaminarla, le mie funzioni vitali stavano collassando.
È come esser nel nero oceano di notte e non saper nuotare né urlare né esprimere il proprio terrore: ogni tanto riesci a prendere una boccata d'aria, ma poi finisci per riaffondare.
Sono uscita tre volte in terrazza per ricacciare le lacrime dentro la mia anima.
Sono cinque anni che vengo sbattuta contro inferriate, mura e cuori in questa bufera di sentimenti.
Hanno messo quella canzone. Quella canzone che mi uccide, quella che mi ricorda quanto io ami le sue bugie.
Le persone provano "pena" nei miei confronti. Se c'è una cosa che non sopporto sono i "Mi dispiace". Ma smettila di fare l'ipocrita!
Mi guardava. Lo sapevo che mi guardava, di sbieco ma mi guardava. Ma cosa vuoi? Perché devi uccidermi così?
Quando lo vedo inizio a tremare. Rimango terrorizzata, sconvolta dalla sua persona. La sua persona a cento metri, a un chilometro, a un millimetro. È splendidamente orrendo, sì, lui. Quelle labbra che morderei a sangue e bacerei per ore. Quelle guance da carezzare e riempire di schiaffi. Sì, lui. Tremo così tanto da poter cadere se non mi tengo. Lo vedo spesso.
Non lo vedo mai.
martedì 21 febbraio 2012
Sono forse io questa?
La prima volta era per gioco, per noia, per sentirmi grande. Ma grande che?
Sotto la scrivania, fingevo, provavo, cercavo di fare cose che non dovevo, ma non sapevo come farle. Poi la vita mi ha insegnato, Wikipedia mi ha insegnato, le mani mi hanno insegnato.
Non è normale per una ragazza.
Ciò che vivevo era uno sfogo, come quelle macchie rosse che avevo da bambina, in reazione alla medicina brutta. Ma sfogo di che?
Attribuire tutto questo all'amore non ricambiato, alla depressione, al tentato suicidio. Questo m'è rimasto. Ma m'è rimasto anche il dubbio, la certezza, la voglia di urlare al mondo che è stata anche - e soprattutto - colpa mia. Ero cosciente? Ero bambina. Desideravo labbra, baci, corpi caldi accanto a me ed ora che ne ho non so amarli. So amare solo Lui, Lui che m'ha condotto in questo giro infernale, in questi desideri mai veramente colmati. Sono vergine solo di corpo.
L'ho cacciato via dalla mia vita senza un vero motivo.
Gli ho detto di andarsene e trattarmi come se non ci conoscessimo. Il motivo c'era, a dire il vero. Non gliel'ho detto. Mi vergognavo del mio amore. Ma vergogna di che?
Gli ho detto di non aggiungermi più su Facebook, e poi l'ho riaggiunto io. E non l'ho contattato. Gli metto Mi piace ai link, agli stati, al suo amore ormai non più corrisposto. Sono una stronza. Lo amo.
La mia mano preferita è la sinistra.
È lei che mi accompagna, lei che mi chiude gli occhi con la libidine, è lei che vien spesso definita del Diavolo. Ma il Diavolo di che?
Ho paura della mia mano destra. Lei sa fare più cose, sa scrivere e disegnare, sa carezzare una guancia ed amare un uomo; è però invidiosa della sinistra, che sa amarmi meglio di lei. La mano sinistra si limita ad assecondare il mio desiderio di diventare ambidestra, con il suo tratto tremolante e forte.
Non è normale per una ragazza.
Sotto la scrivania, fingevo, provavo, cercavo di fare cose che non dovevo, ma non sapevo come farle. Poi la vita mi ha insegnato, Wikipedia mi ha insegnato, le mani mi hanno insegnato.
Non è normale per una ragazza.
Ciò che vivevo era uno sfogo, come quelle macchie rosse che avevo da bambina, in reazione alla medicina brutta. Ma sfogo di che?
Attribuire tutto questo all'amore non ricambiato, alla depressione, al tentato suicidio. Questo m'è rimasto. Ma m'è rimasto anche il dubbio, la certezza, la voglia di urlare al mondo che è stata anche - e soprattutto - colpa mia. Ero cosciente? Ero bambina. Desideravo labbra, baci, corpi caldi accanto a me ed ora che ne ho non so amarli. So amare solo Lui, Lui che m'ha condotto in questo giro infernale, in questi desideri mai veramente colmati. Sono vergine solo di corpo.
L'ho cacciato via dalla mia vita senza un vero motivo.
Gli ho detto di andarsene e trattarmi come se non ci conoscessimo. Il motivo c'era, a dire il vero. Non gliel'ho detto. Mi vergognavo del mio amore. Ma vergogna di che?
Gli ho detto di non aggiungermi più su Facebook, e poi l'ho riaggiunto io. E non l'ho contattato. Gli metto Mi piace ai link, agli stati, al suo amore ormai non più corrisposto. Sono una stronza. Lo amo.
La mia mano preferita è la sinistra.
È lei che mi accompagna, lei che mi chiude gli occhi con la libidine, è lei che vien spesso definita del Diavolo. Ma il Diavolo di che?
Ho paura della mia mano destra. Lei sa fare più cose, sa scrivere e disegnare, sa carezzare una guancia ed amare un uomo; è però invidiosa della sinistra, che sa amarmi meglio di lei. La mano sinistra si limita ad assecondare il mio desiderio di diventare ambidestra, con il suo tratto tremolante e forte.
Non è normale per una ragazza.
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